|
mercoledì, 06 settembre 2006 I palmi delle tue mani sono appiccicaticci e irradiano un fastidioso calore. La sensazione di sazietà dovuta ai litri d'acqua ingollati nervosamente appartiene solitamente a situazioni sostenibili, ma alle mani, al ventre gonfio, s'aggiunge il fastidio dei piedi costretti nel cuoio in una giornata afosa, e l'ansia rimane un marchio che non ti sai proprio levare. Ti guardo, ti scruto, ti fisso. Fatico a credere che tu non riesca a tranquillizzarti ora che ti sei cavata il dente, ora che la tua fronte è ripulita dalla lordura di anni di scelte e voltafaccia dolorosi. Hai parlato per ore, ti sei dondolata sulla sedia, hai gesticolato, accavallato e disciolto le gambe, hai parlato per ore, per ore. Per ore hai parlato e io ti ho ascolata, pazientemente, facendomi carico di ogni immagine che pronunciata confluiva nella mia testa, e ora? dov'è la calma che la confessione doveva consegnarti? dove il salvifico vuoto che doveva restarti dentro? Mi assicuravi che tutto sarebbe cambiato. Non è cambiato nulla, non è cambiato un cazzo Miriam. Il tuo sguardo rimane fisso al tavolo, l'ansia non cessa, io ti ho davanti e non posso fare altro che ascoltare, tu non hai più nulla da dire e non è cambiato nulla.
Chissà. Forse, in realtà, non hai detto proprio niente, e io mi sono solo sognato di vederti tornare da me. Miriam. Ho davvero solo sognato.
domenica, 25 giugno 2006 (ho sognato un sogno di fabrizio)
Mi dipingi dall'alto di una camera sorda
di un olio che cola di continuo verso immagini migliori
mi abbozzi appena di schegge nell'aria irrisolta della camera sorda
rimasto senza posa, angolo e stile.
La sofferenza è la mia forma mancante.
mercoledì, 19 aprile 2006 O per il mio modo di essere felice, che accordavo al tuo fabbisogno di attenzioni e disattenzioni. Cambiare registro era una casa da fare assolutamente quando si trattava di te. Allora sceglievo braccia più forti, occhi più grandi, miraggi di scale, ti portavo parlando su rimbalzi continui di equinozi, divergenze, api regine, osmosi, caffelatte. Quado eri triste sbottonavo le finestre per offrirti risposte di arredamenti più adatti, sinonimi di giustizia e di quanto è dovuto. Quando eri felice restavo apposta un poco indietro, e tu potevi vedere per prima ogni colore prossimo all'esplosione. Quando non sapevi era anche meglio: mi sedevo dietro di te e ti cingevo le spalle, poi guardavo dove guardavi tu finchè ti trovavo, e potevi rialzarti. Ma senti come parlo, stronza. Che mi si crea una scacchiera di rabbia e lacrime sul viso a pensarci, che so parlare bene solo quando ti rievoco, che altrimenti mi sgorgano solo frasi sfilacciate, lerce, sproloqui indecenti e mine di bestemmie. E tu che se chiedo in giro Miriam sa sempre cosa e quando dire. Non saper più che fare, da questa ossessione di te che non posso riprendere sentire che vorrei cavarmi la lingua e spingertela giù in gola e soffocarti, ma no. Non saper più che fare, e basta.
giovedì, 23 febbraio 2006  A questo punto non mi si concede una rateizzazione degli eventi giungono in picchiata e mi sarà un'inondazione come mettere in salvo il cavallo, il risveglio e la decenza tu imperi a ogni cardinale con messaggi d'amore sul giornale, passeggiate a braccetto in centro e un passeggino in vetrina, e di tutto ciò, miriam, io sono spettatore forzato ingozzato, stralunato, furente, e almeno potessi serrare le palpebre e dimenticare ogni suono ma occhi e orecchie sono tue a me resta solo colare a picco.
mercoledì, 01 febbraio 2006 (al matrimonio di Miriam) Dio dei quattordici martelli e delle quindici inculate, una bella bomba al cloro su questa cerimonia?...
lunedì, 16 gennaio 2006 Se ti incontrerò a teatro, Miriam, ti chiederò: ti sei mai scorticata sulle tue proprie regole sapendo che erano le tue regole a ferirti?
Siamo stati piccoli, e ci siamo costruiti un cubo più piccolo di noi nel quale accartocciarci con indifferenza e mal comune. Che non era mezzo gaudio.
lunedì, 12 dicembre 2005 La prima cosa che guardo in una donna sono gli occhi.
La seconda, i capezzoli. Forse perchè sono simmetrici.
Con Miriam, invece, ho dovuto piegarmi all'indiscutibile supremazia delle sue poderose e selvagge gambe.
giovedì, 17 novembre 2005 Mi sovviene che non vi ho ancora vista nuda
ma non oso sperare in tanta fortuna,
eppure so le iridi che s'intonano allo zaffiro del cielo all'alba...
Vorrei solo toccare le vostre mani bianche e infantili
strisciare nella vostra cara ombra.
Miriam, permettetemi di guardarvi da lontano
quando la mattina passeggiate piano
non sono mai servite le parole con miriam, non le più eleganti, non le più eccitanti, miriam di mani e occhi, miriam introvabile.
miriam che, temo, non tornerà mai più.
lunedì, 07 novembre 2005 Dov'è Miriam, quella forte, le cui unghie non si spezzano ma si possono solo rosicchiare?
Non era mia intenzione svelare Miriam, ma per trovarla ne staccherò piano le coperture dure come foglie di carciofo (eppure temo che sia senza cuore).
|