O per il mio modo di essere felice, che accordavo al tuo fabbisogno di attenzioni e disattenzioni.
Cambiare registro era una casa da fare assolutamente quando si trattava di te. Allora sceglievo braccia più forti, occhi più grandi, miraggi di scale, ti portavo parlando su rimbalzi continui di equinozi, divergenze, api regine, osmosi, caffelatte.
Quado eri triste sbottonavo le finestre per offrirti risposte di arredamenti più adatti, sinonimi di giustizia e di
quanto è dovuto. Quando eri felice restavo apposta un poco indietro, e tu potevi vedere per prima ogni colore prossimo all'esplosione. Quando non sapevi era anche meglio: mi sedevo dietro di te e ti cingevo le spalle, poi guardavo dove guardavi tu finchè ti trovavo, e potevi rialzarti.
Ma senti come parlo, stronza. Che mi si crea una scacchiera di rabbia e lacrime sul viso a pensarci, che so parlare bene solo quando ti rievoco, che altrimenti mi sgorgano solo frasi sfilacciate, lerce, sproloqui indecenti e mine di bestemmie. E tu che se chiedo in giro Miriam sa sempre cosa e quando dire. Non saper più che fare, da questa ossessione di te che non posso riprendere sentire che vorrei cavarmi la lingua e spingertela giù in gola e soffocarti, ma no. Non saper più che fare, e basta.