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mercoledì, 05 settembre 2007 Chi mi ha messo le poesie nelle mani?!
Io! sono stata io.
Una notte sono arrivata nella tua stanza. Tu dormivi senza lato,
la mano destra sotto testa e cuscino, la mano sinistra stretta fra le cosce.
Ben nascoste. Ho posato lo scalpello, il martello e i coltellini.
Le ho dovute cavare a parole. Ti ho raccontato che eri piccolo,
in braccio alle zie profumate. Che con le manine potevi accarezzarmi,
che potevi attaccarti al mio seno. Allora hai tirato fuori le mani.
Io le ho incise e riempite di poesie. Al cambiare delle stagioni vengon giù
dalle dita, e tu non puoi deciderle nè farci proprio nulla.
domenica, 29 luglio 2007 (cerena, come salendo, ma di luce mattutina)
Tu non sai - così te lo mando a dire dalla carta - che qua le ferite superficiali della pelle guariscono prima molto prima, lasciando quelle striature bianche perlacee che uniche resitono a questo sole enorme. La mattina ha un suono così caldo che non oso parlare - io non mi aspettavo questa braccia di rocce aperte, ma così sono.
(le matite contro la credenza)
(questo lo posso lasciare a valle:
che scrivere tutto ciò che desidero è raccolta d'ansia, privazione, cordoglio)
(il tavolo e l'incerata, fumo di legna)
Un foglio rotto rappreso intorno alle mie mani posate. Per punti dovrei sviluppare e narrare:
-le mani di mio padre che mescolano le carte da gioco, come gesto primario dal quale provengono necessariamente i movimenti di ogni giocatore.
-il miracolo sostanziale per cui a contatto con questo luogo posso riprendere in mano il mio corpo e finalmente indossarlo con piena aderenza. consideriamo poi che qua il colore dei miei occhi è sempre inedito e altrove irrepetibile.
(la vallata davanti)
(io vorrei sempre sentire odore di corteccia
o dirmi attenta al periodo di fioritura delle piante)
(ma se partendo mi pongo il problema degli effetti del viaggio)
Stringarmi addosso poesie forzate, la qualità delle ossessioni, la meraviglia di uno sguardo logoro e lancinante.
O, se fosse la magra ossessione che ci recita attoniti? Dovrei dare retta a una ragazza bella e intelligente e scrivere e basta, senza preoccuparmi del dire?
(poesie da automobile)
(quando apri il libro leggi male, sai improvvisamente che:
la sua mano ha la forma di un figlio)
(chiuderci le mani sopra, o simili)
che diario povero che nemmeno supporta il pesoforza delle mie gambe o questi arti bassi che sanno davvero salire.
io allora non potevo che smettere di scrivere, di leggere, di pensare cose create.
prendevo aria.
aria.
domenica, 01 luglio 2007 Che accada ogni singola volta: dalla mano, accuratamente avvolta in carta stagnola per preservarne i tessuti riciclabili il più a lungo possibile, venga estratta l'intenzione irriverente di comporre serie spasmodiche di frasi e situazioni. Nella sintassi dei bronchi si stilli l'olio sacro dell'idiozia, al fine di renderne le pareti lucide perfette e basiche, cosicchè l'impaziente non soffra più di respirazione irregolare e artistica. Alle iridi macchinose, si riduca la capacità descrittiva e il senso dello spazio in quanto modificabile, che si estirpi senza pietà alcuna la compulsiva arte, la scrittura, il succo di ogni creazione che non risponda ad articolo in plastica acquistabile in centro commerciale medio-grande.
martedì, 19 giugno 2007 Vuoi tu prendermi come un sentiero o vaso o me ne andrò?
mio dio imbronciato
clamore oleoso da spremere con le dita finchè se le prendono i crampi
dio mio rifratto dalle plurimi sordità
ti sei preso i miei anfratti più vecchi
mi restasse un qualche dolore della perdita
(di tutte le cose visibili e invisibili)
vadano le ginocchia arse e riarse
ma le mie mani piccole
lasciamele, per favore, potrei ancora
(non ho molto ora:
un anello per stringermi fra altre che le mie spalle
il cuore sfaldato trito sbriciolato - j'en entend le bruit
l'imperturbabile posizione dei fallimenti sulla mia fronte)
toccare le cose
giovedì, 31 maggio 2007 Orecchie mozzate nelle sporte al rientro
o un afrore più noto, quasi ossessivo
ci renda l'idea di altro, parallelepipedi
che dia mani come vuoti a rendere
e non scrigni di abitudini in disuso.
lunedì, 28 maggio 2007 così cadono appunti inenarrabili
scorte di parole appena sotto l'unghia
(infilate lettera per lettera, se posso permettermi di dirlo)
e la costante nervosa si fa dominio ottico
come un abito scuro improvvisamente disseminato di fiori bianchi o
improvvisamente privatone.
se c'è il vento che allora riporti ogni immagine, che venga a catodicizzare
questa semplicità che alleviamo a fatica, o meglio sarebbe
l'ordine delle cose che ci promettiamo come volantinaggio.
è così denso il pomeriggio che pare mattina,
o un componente imperfetto (se ci cadesse addosso sarebbe sera?) di giorni
ancora da costruire. io parlo, immagino carta, e scrivere,
e quell'impegno che mi si dice buono.
e quel disimpegno che mi si dice buono.
che poi tutto s'aggroviglia e non so più se scrivo o guardo e,
in ogni caso, non poterci rimettere mano.
venerdì, 18 maggio 2007 Per come s'infilano sempre matite sotto le unghie,
questo non dovrebbe sottolineare la grandezza delle loro opere?
O testimoniare una qualsiasi lietissima mania.
Così dovrei imparare.
(Emilia prende il coraggio, e sulle mani si costruisce una macchina nuova
riprogrammabile in vista di pulsioni meno solidali,
che ogni tanto possa finire con lo spegnersi, o semplicemente guastarsi,
a differenza delle mani.
Poi comincia a scrivere, ma percepisce un ritardo nella sua voce,
un anomalo inchiodarsi e amalgama di sillabe impossibili.
Si chiude quindici mattine fra le mani meccaniche
e quando le riapre restano fra le dita alfabeti frantumati inservibili.
Eliminare le funzioni Emilia, le procedure, i tasti.
Di queste mani restino monili
l'urgenza la premura lo slancio.)
venerdì, 11 maggio 2007 "come un mostruoso organo esterno"
(Fruttero&Lucentini; A che punto è la notte)
Per le mani legate, per le mani slegate)
Se tornassimo a redigere fogli bianchi,
se ricreare il niente dal tutto fosse quell'unico colpo di genio cui aspirare,
se ci staccassimo dalle cifre e dai nomi di noi.
Se elencandoci spietatamente giungessimo a soluzione:
1. Portare il cibo alla bocca e non la bocca al cibo.
Discutere del perchè i figli dovrebbero seppellire i genitori e non viceversa.
Se l'ipertrofia dei turbinati possa essere risultante di traumi infantili.
Certi amori come origami ben riusciti.
Apri la finestra, mia cara!
2. Aspettarsi 10 anni di pioggia, imputarli all'economia della paura.
Cercare il più assassinato degli amori in una lista redatta di notte, al buio.
Iscriversi in un qualche abbraccio per mezzo di una punta obliqua, disfatta, inefficace.
Perchè tutto è bene quel che finisce e basta, ma come crederlo.
Teorie in conguaglio per ricondurre il callo dello scrivano all'ansia.
3. Mi manca ancora qualche nome, per esaurire (i corpi)-
discutiamo di quelle mattine nelle quali mi sveglierò e sarò un ragazzo bellissimo,
con i mastroianni che parlottano di schiena nei balconi.
'Le tette le ha messe via, sotto formalina.
Datele due gambe nuove, e che poi si arrangi.'
5. Diciamo, per esempio, una cosa complicata come il ginocchio di una donna.
Si sbriciolerà crollandola a terra quando meno se l'aspetta
o sarà l'unica articolazione a salvarsi.
E una voce che segna un'apparente capacità d'imposizione.
Rotta per le labbra irritate dal freddo alveare di un microfono.
6. L'assembramento di bombe per parole più piccole.
Stanno morendo tutte le vespe, vespe con mille specchietti.
Nella camera in penombra, squarci fotografici di città sparite.
Una sensazione strana a dita mandibola lobo.
(Luce mia, acqua di sorgente, io non ho più niente)
Portati a impazzire come su serie numeriche di dubbia provenienza,
Où as-tu cachées tes mains? Scusami, scusami, scusami.
Senza paragoni per le malattie delle mani, nè altre remote possibilità.
O forse un giorno perdere i gesti, gli itinerari, le sillabe
e cominciare un'arte nuova.
mercoledì, 02 maggio 2007 (Le dita mi si arcuano e raggrinzano sui tasti. Io mi sento vecchio, Selina, e questo scrivere mediante pressione così magro, tenue, dubbio, mi fa sentire quanto incostante e debole sia la mia forza stessa d'immaginare. Ma tu sei prima dell'immaginazione, assoluta, materica, così io ti scrivo e ti faccio leggera nella spazio fra retina e realtà, ti stringo di un amore larghissimo, c'è terra e lunghezza per ogni cosa, c'è forma per ogni tinta che tu mi metta davanti.)
domenica, 29 aprile 2007 Per vedere tutto il mio che cola dai miei tagli chiamati foglia nel bordo dei tuoi occhi.
Senza cenere fra i denti, vorresti domandarmi qualcosa?
Per esempio, ti ho mai legato le mani alle mie tanto strette da sbianchirle?
mercoledì, 25 aprile 2007 Per quest'invaghicentro assoluto,
e avremo la trama fitta
cotone cotone delle mani aperte
Lamelle nell'invaghicentro delle
assonzanze, o parole, o ci avremo
assoluti, cotone, mani e fitte.
Aperti appena di noi e parole.
Quando ci avremo la trama
fitta fitta si dividerà per le mani.
mercoledì, 20 dicembre 2006 (Sono terribilmente inquieta
nessuna fluidificazione per
questo rapporto a mani con l'aria
alla base di ogni mia scelta di parole
e sassi lanciati come versi nello stagnante che non scrivo
e immagini
e plumbee
per cui non so cedermi resa.)
venerdì, 15 dicembre 2006 2
(Ci perdevo il sonno al solo pensiero di trovarmelo a fianco per caso, quel portentoso corpo)
Ma sono solo con le mie mani. Le mie mani restano piene solo di me.
Non mi si dica che gli avambracci ne trarranno giovamento.
giovedì, 30 novembre 2006 E immagini l'odore che hanno le mie mani,
questi palmi, queste dita?
A nulla servono congetture pettegole, scarti organici, conguagli di teorie,
opinioni, sorrisi e altri santi.
Niente supporta spaziature nello stravolto.
Tu non sai l'odore delle mie mani,
io non so cosa oltre il vacuo della morte.
sabato, 25 novembre 2006 a volte l'unica cosa che scrivo
sono cuscini e membra ripiegate e foglie sotto i piedi
a volte scrivo solo i passi necessari e ancor più volentieri quelli non necessari
a volte scrivo come i pomeriggi e le serate dovrebbero e poi non importa se non
a volte non scrivo che fra le dita ben strette e annodate.
lunedì, 20 novembre 2006 Per quanto ogni giorno tentasse di diluire il suo
disturbo affettivo stagionale carezzandosi, e dirsi lamponi, schiena appena scoperta,
restava il logoro tessuto biancastro del cielo e reumatismi.
Si guardò le mani. Aprì la finestra e lì si tenne con le gambe nude
immaginandosi malattie meno pedanti.
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